Album controverso sin dalla nascita. La scelta, probabilmente molto avventata e per nulla condivisa dalla casa discografica, di andare a produrre il disco oltreoceano sarà sempre uno dei momenti più spiacevoli da ricordare per i nostri ragazzi. Londra, in un inverno particolarmente ostile, non offrì il clima ideale che era necessario alla band per lavorare bene e pare che a subire maggiormente lo stress dettato da questa situazione furono Michael e, più marcatamente, Peter. Ci sono tutta una serie di piccole storie che ruotano attorno a questo quarto lavoro del gruppo. Una vuole Peter prossimo all'alcolismo da depressione, un'altra vuole Michael devastato dalla cattiva alimentazione ed un'altra ancora vede la band, ormai arrivata a livelli di paranoia fuori dal comune, in lite sia col produttore che all'interno della stessa con Michael che voleva chiamare l'album "Reconstruction of the fables" ed il resto del gruppo che optò invece per il titolo che tutti conosciamo (anche se poi i più attenti avranno notato che nelle recenti ristampe su CD sul bordo compare il famigerato "Reconstruction of the fables"... alla fine quindi Michael è stato in qualche modo accontentato!). Un'altra leggenda metropolitana vuole che al momento della registrazione di "Wendell Gee" Peter, che proprio non riusciva a digerire quella canzone, abbia forzato il gruppo ad un suo repentino cambio di strumento passando dalla chitarra al mandolino suonando rintanato in un angolo dello studio! Ma al di là dei piccoli screzi tra i componenti della band i veri dolori arrivarono dall'esterno con pubblico e critica ancora una volta uniti ma in questa occasione per disapprovare il prodotto. Devo dire che all'inizio anche a me l'album non era piaciuto molto ma questo è anche comprensibile se si tiene conto che "Fables of the reconstruction" è il primo di quegli album di "rottura" ai quali i R.E.M. in futuro ci avrebbero abituato. Non segue il filone musicale dei dischi precedenti e forse, anche per questo, è stato registrato in Europa, precisamente ai Livingston Studios di Londra sotto la supervisione di Joe Boyd. A mio avviso questo album va ascoltato e riascoltato con molta attenzione perchè è un lavoro difficile, ci sono delle canzoni che tuttoggi si potrebbero etichettate come "sperimentali" tipo "Feeling gravity's pull", "Old man Kensey", "Kohoutek" o "Auctioneer", ci sono complesse sezioni di archi, fiati, virtuosismi di un Peter a tratti quasi irriconoscibile. Alla luce di questo, anche tenute presenti le precedenti pubblicazioni, è facile capire come nel Marzo del 1985 l'album spiazzò tutti e fece gridare al "flop". In realtà col senno di poi (e a distanza di molti anni da allora durante i quali di acqua sotto i ponti ne è passata tanta...) mi viene tanta voglia di considerare questo come l'album più completo e maturo del gruppo. Certo, so bene che le etichette non fanno mai un favore alla musica e che magari poi questi quattro geni ti sfornano un album che ti fa rimangiare tutto quello detto in precedenza ma fino a quel momento "Fables of the reconstruction" è e rimane un lavoro perfetto. Perfetto perchè è equilibrato, perchè c'è un filo invisibile che collega tutte le canzoni. Non saprei come spiegarmi se non dicendo che contrariamente al resto dei dischi di chiunque che ho ascoltato fino ad ora mai nessuno manteneva così inalterato il suo "feeling", la sua "anima". Inoltre colgo l'occasione per affrontare un'altra tematica riguardante i testi di Michael che qui compare netta più che mai e cioè il fatto che spesso le canzoni dei R.E.M. descrivono situazioni della vita quotidiana, sono piccoli affreschi dipinti con eccezzionale bravura da quello straordinario talento che è Stipe. Michael riesce a rendere poetica ogni cosa con quel suo stile unico, con quella sua incredibile sensibilità che ti fa cogliere gli angoli e le sfumature più nascoste anche con quelle poche parole che utilizza nei suoi testi. Michael ha la grande capacità di riuscire ad immedesimarsi nello stato d'animo dei protagonisti delle storie che racconta, storie delle quali spesso i protagonisti siamo tutti noi con i nostri problemi, con i nostri amori ma anche con le nostre più banali vicissitudini quotidiane. I R.E.M. raccontano storie piccole piccole ma le trasformano in "favole" con la loro musica e con la loro unica poeticità. E' sotto questo aspetto che possiamo definire i R.E.M. come una POP-band. Nella loro musica possono facilmente identificarsi tutti, nei loro testi c'è il succo della cultura "popular", una cultura che nasce spontaneamente tra le genti di ogni parte del mondo e che ha un linguaggio universale perchè parla di sensazioni che tutti, bene o male, provano nel corso della loro vita. Ma ritorniamo alle tematiche del disco. La dualità del titolo, al solito, è tutt'altro che casuale ed infatti sul CD potete divertirvi a scambiare la copertina secondo i vostri gusti! Se volete "Fables of the reconstruction" vi tenete la copertina "ufficiale" con il libro che brucia ed i nostri ai quattro angoli ripresi con una tecnica dalle suggestioni psichedeliche. Se invece propendete per "Reconstruction of the fables" basta girare il libricino ed avrete una nuova copertina con al centro una strana composizione degna del miglior Dalì. Tra l'altro, sempre riguardo alla confezione di questo album e stando a quanto afferma Peter, anche l'apparente follia dei "credits" interni ha una spiegazione: "Penso che Michael si sia ispirato ai saponi del Dr. Bronner's. Bronner è un pazzo mistico che da 50 anni vende dei giganteschi flaconi di sapone alla menta piperita. Di solito questi flaconi sono etichettati con ampie targhette contenenti frasi di gusto arcaico, religioso e visionario". Del resto lo stesso Michael ha dedicato uno dei suoi Haiku a questi particolari flaconi di sapone! Ma, uscendo da questa piccola digressione, quali sono le ragioni di questo marcato dualismo che emerge dalla copertina dell'album? Michael voleva chiamarlo "Reconstruction of the fables" perchè in questo album si diletta nel fare il "cantastorie" per cui, dal suo punto di vista di compositore dei testi, era giusto parlare di "ricomposizione delle favole". Il resto del gruppo non era certo avverso a tale interpretazione visto che dopotutto di favole si tratta (in quanto ogni canzone è un piccolo racconto un po' metafisico spesso incentrato sulla vicenda di una od al massimo due persone...) ma si voleva dare anche una spiegazione più immediata del perchè questo nuovo lavoro dei R.E.M. era basato sulla narrazione delle favole. I nostri erano intenzionati a fare loro la tradizione favolistica del Sud degli Stati Uniti, una tradizione dove i vecchi si siedono e raccontano, più o meno verosimilmente, un mucchio di storie del passato. Sotto questo punto di vista un titolo come "favole della ricostruzione" fa pensare immediatamente alla ricostruzione del Sud degli States dopo la guerra di secessione, un momento fondamentale della storia d'oltreoceano in cui cominciano a formarsi le fondamenta per uno stato compatto ed unito sotto un unico sentimento comune. Sentiamo infatti cosa disse Michael al tempo: "L'idea di base è stata ispirarsi a quelle storie che vengono tramandate oralmente per molti anni fino a diventare una tradizione ed una parte della cultura di una certa comunità. Certi racconti rappresentano un luogo almeno quanto la religione che vi si pratica, i suoi alberi od il suo clima. Mi piace il legame che c'è tra questi aspetti ed il Sud degli Stati Uniti". Molti inoltre si sorprendono del fatto che il disco più contaminato di umori domestici della band sia stato realizzato fuori degli Stati Uniti. A me questa cosa non colpisce più di tanto perchè in fondo i nostri sono arrivati a Londra  con moltissimo materiale già pronto e ciò significa che l'impronta dell'album è sempre marcatamente "sudista" e di questo ci si può rendere conto ascoltando soprattutto le canzoni dal suono più spoglio e grezzo come "Driver 8", "Maps and legends" e "Wendell Gee" per non parlare dei testi che sono tutti fortemente legati alla loro piccola dimensione di provincetta americana. Semmai in altre canzoni si sente la mano di un tecnico del suono eclettico quale è Joe Boyd. Pezzi come "Feeling gravity's pull" ed "Auctioneer" portano i nostri ragazzi a percorrere strade che mai fino ad ora avevano calcato ma a mio modesto parere questo non altera minimamente l'armonia complessiva di quest'opera che, come continuerò sempre a ripetere, è un capolavoro assoluto.

Donato