Monster esce nel Settembre del 1994, ancora una volta sotto la produzione di Scott Litt. Dopo i successi strabilianti dei due album precedenti i R.E.M. con questo "Monster" si prendono il lusso di elaborare uno stile nuovo, molto distante, almeno al primo impatto, da quelli che sono i loro canoni tradizionali. Il sound che ne deriva è fortemente influenzato dalla scena musicale "grunge" del periodo per cui c'è molto "rock", molta energia ed una forte prevalenza della chitarra di Peter Buck. La sperimentazione è quindi l'asse portante di questo lavoro, tutte le canzoni sono dei piccoli esercizi di stile, ognuna ha qualcosa di veramente particolare che la differenzia dalle altre. Il risultato finale è quindi un piccolo "mostro" dalle forme non ben definite e magari anche un po' sgraziato, ben espresso dalla copertina dell'album. Il nome "Monster" potrebbe intendersi anche come un commento autoironico della band rivolto all'album dato che si poteva immaginare la reazione che avrebbe avuto il pubblico ad un simile lavoro, un ennesimo album di "rottura", una nuova sfida alla quale i R.E.M. non hanno voluto tirarsi indietro per la gioia di tutti i loro estimatori. Si potrebbe dire che, come "Document" raccontava gli anni '60 con gli occhi degli anni '80, questo "Monster" racconta gli anni '70 con gli occhi degli anni '90 e non è un caso che sia "Document" che "Monster" vengono alla luce nel bel mezzo di queste due epoche quando cioè si poteva già trarre un bilancio di cosa fossero stati gli anni '80 e gli anni '90. Ad ogni buon conto va ricordato che se "Automatic for the people" aveva un non so che di funereo questo "Monster" è addirittura dedicato a due celebri artisti deceduti prematuramente: River Phoenix (esplicitamente) e Kurt Cobain (idealmente). Entrambi gli artisti erano amici di Michael Stipe ma se River Phoenix era morto l'anno precedente (da qui la dedica presente nell'album) al contrario Kurt Cobain morì durante la registrazione di "Monster" e la sua morte finì inevitabilmente per condizionare la realizzazione del disco tanto che la canzone a lui dedicata, "Let me in", è talmente autobiografica che potrebbe essere stata scritta anche successivamente a quel drammatico evento. Il fatto stesso che l'album fu registrato a Seattle (oltretutto nuovo domicilio del chitarrista Peter Buck) la dice lunga sul genere di contaminazioni che vi sono presenti. A sancire questo bagno nelle sacre acque del rock più alternativo e dirompente ci pensò un altro grande amico di Michal Stipe e cioè Thurston Moore, la mente geniale ed allucinata dei Sonic Youth, un guru dello sperimentalismo più estremo che in "Crush with eyeliner" da vita ad un duetto memorabile con Peter Buck. In estrema sintesi questo "Monster" può essere definito un lavoro rivoluzionario, spigoloso ed allo stesso tempo sfacciatamente sexy ed accattivante come può esserlo solo un disco di puro e sano rock americano.

Donato