A tutto gas: l'album che non ti aspetti. Un disco bello tirato e dal sound graffiante che ripropone un lato dei R.E.M. che, probabilmente, a livello di lavoro di studio, si era eclissato almeno dieci anni or sono. Un disco concepito da arzilli cinquantenni che si propongono in una chiave tosta e rocchettara come forse neanche agli esordi della loro brillante carriera. Una raffica di canzoni sparata ad alta velocità, in accelerazione, come dice un titolo decisamente autoesplicativo. Il disco si presenta all'ascoltatore con un quartetto di canzoni praticamente perfette a partire da "Living well is the best revenge" (potranno mai più aprire un concerto con un'altra canzone altrettanto adrenalinica e coinvolgente?) fino ad arrivare alla concettuale "Hollow man" (centossessanta secondi scarsi dentro i quali poter apprezzare, ai massimi livelli, delicate armonizzazioni vocali su incantevoli arpeggi in midtempo alternate a chiassose e distorte schitarrate su cui arrembano pensieri e parole di grandissimo impatto emotivo) passando per "Man-sized wreath" e "Supernatural Superserious" con il loro sapiente mix di solido rock e leggiadri ammiccamenti pop. Se mai un giorno stilerò una classifica degli album con il miglior primo quarto d'ora, sempre che non ci abbia già pensato qualcun altro, questo disco si contenderà le primissime posizioni insieme ad altri capolavori targati Pink Floyd, Beatles ed altre più o meno recenti pietre miliari della storia della musica moderna. A seguire si decelera con "Houston" per poi riaccelerare, in tutta pertinenza, con "Accelerate" per poi riposizionarsi alla velocità di crociera con il terzetto seguente ma sempre ad un ritmo abbastanza sostenuto: in questo disco non ci sono veri e propri "lenti" e la canzone più lunga vi terrà occupati al massimo per poco più di quattro minuti e mezzo! Infine, per chiudere degnamente un album votato alla velocità, arrivano le incalzanti "Horse to water" ed "I'm gonna DJ", quest'ultima designata a prototipo della miglior canzone di congedo dal vivo tanto quanto la prima traccia lo è per la ragione esattamente opposta. Arrivati a questo punto sono trascorsi all'incirca trentacinque minuti, poco più di mezz'ora tirata tutta d'un fiato dove -malgrado il tempo da record- non si rimane insoddisfatti in ragione dell'intensità offerta all'ascolto: Mike torna ad essere sè stesso proponendo un costante sostegno ritmico e vocale, Peter -dopo lunga ricerca- riesce a mettere su disco il suo tanto amato sound spontaneo ed a presa diretta, Michael dispensa strofe e ritornelli alla velocità della luce in pieno stile "It's the end of the world" ma questa volta, a parte qualche boccata d'aria, non si ferma per tutto il disco! Siamo quindi di fronte ad un capolavoro? Qualche seguace delle teorie dell'emerito professor Pritchard citato ne "L'attimo fuggente" potrebbe obiettare che l'opera nella quadratura tra l'ascissa della perfezione formale e l'ordinata dell'importanza sostanziale non si ritaglia una superficie sufficientemente estesa per poter ambire al massimo riconoscimento ma chi è in grado di individuare il sublime sia nei cento canti del Sommo Poeta che in un anonimo haiku di diciassette sillabe sa che ciò che conta davvero risiede altrove. Questo disco, pur non essendo scevro da qualche difetto, ha in realtà molti pregi: innanzitutto continua a predicare pressochè solitario nel sempre più desolato deserto delle idee e degli stili musicali attuali, inoltre è ampiamente senza fronzoli e proprio per questo motivo -a mio avviso- è in grado di coniugare il "manifesto programmatico" della band (<<niente scherzi, se toppiamo un altro disco è la fine>>, parola di Michael Stipe) con le aspettative sempre meno convinte degli ascoltatori andando a proporre delle sonorità ed una certa spontaneità di cui ultimamente si sentiva obiettivamente la mancanza. A voler essere pignoli, forse, questa volta sono i testi a non essere particolarmente immaginifici ed emozionanti ma, a parte questa opinione sicurmente contestabile, "Accelerate" - come nella migliore tradizione dei R.E.M.- si apprezza piacevolmente dall'inizio alla fine senza presentare nessun brano "riempitivo" e banale rappresentando, oltretutto, un'ulteriore evoluzione del loro sound in quanto un approccio così marcatamente hard (si può dire hard?) non lo si denota neanche in lavori potenzialmente imparentati quali "Monster" o "New adventures in hi-fi". In definitiva i R.E.M. si riscoprono tosti e dinamici a cinquant'anni e noi, seguaci di vecchia data, apprezziamo ed alziamo il pollice in alto mentre ci godiamo la freschezza e l'adrenalina di queste nuove canzoni dimenandoci -anche noi ormai non più ragazzini- sotto il palco.

Donato