21 settembre 2011, (quasi) equinozio d'autunno. Una data sicuramente non casuale che i nostri beniamini hanno scelto per comunicarci, in modo asciutto e sommesso, nel loro stile, la fine di una stagione. La bella stagione dei R.E.M. si è protratta per trenta lunghi anni, ha scaldato il cuore di almeno un paio di generazioni, ci ha inebriato ed emozionato, ci lascia in eredità un'infinità di bei ricordi, i famosi ricordi di un'estate, momenti destinati a rimanere impressi per sempre nella memoria. Ma l'estate, causa ineluttabili leggi dell'esistenza, è destinata a lasciare il passo all'autunno, prima o poi. Se trent'anni rappresentino un prima, o un poi, questo lo deciderà ciascuno di noi, non saranno riflessioni da cinque minuti, come non lo sono state sicuramente quelle che hanno portato i ragazzi a maturare la decisione di chiudere un capitolo della loro vita, prima ancora che della nostra. Accettiamo il verdetto, tanto non lo avremmo accettato mai, neanche tra altri dieci anni, o venti. Troviamo conforto e giustificazione nella considerazione che i R.E.M. si congedano (e si congelano) con l'immagine di un gruppo tonico, per nulla scalfito dal conformismo e dai cali di stile: l'arrivo dell'autunno, in fondo, serve a quello, a ricordarci di cambiare il guardaroba prima che l'inverno ci colga di sorpresa. Come ha detto Michael: "bisogna saper capire quando è l'ora di lasciare il party". Rispettiamo la scelta e l'onere di chi è stato chiamato ad effettuarla, anche se ci avvilisce. Forse, probabilmente, non ci saranno nuove edizioni di loro inediti alle stampe ma confidiamo che, in qualche modo, ciascuno di loro abbia ancora voglia di trovare nuove forme di espressione. Di sicuro ci rimane l'immenso patrimonio di suoni e pensieri seminato in tre decadi: speriamo sia seminale per le prossime generazioni di artisti (anche se il momento attuale non fa ben sperare) e, come accade per un figlio in cui riconosciamo i tratti del genitore, scruteremo insieme a Peter le prossime band di promettenti sbarbatelli che cercano di cambiare il mondo, alla maniera dei R.E.M.!

Le classiche banalità della vita quotidiana hanno fatto si che io non riuscissi ancora a scrivere la recensione di questo ultimo album per cui ora, per nulla sperata, mi si presenta l'amara evidenza di essere qui a farlo per l'ultima volta e la prima considerazione che mi viene da fare è che "Collapse into now" non suona per niente come l'opera di musicisti in procinto di congedarsi dalle scene. Tuttavia non starò qui a fare il panegirico di un disco solo perchè è l'ultimo di una band che ha scritto la storia della musica moderna: non ho lesinato alcune critiche nella loro recente produzione e "Collapse into now" rientra pienamente in questa terza ed ultima cinquina di album contraddistinti dall'assenza di Bill Berry, la cui dipartita non sappiamo con certezza quanto abbia contribuito a cambiare le carte in tavola però, oggi più che mai, possiamo denotare che gli ultimi cinque album sono più intimamente connessi tra loro di quanto non lo siano con la cinquina precedente; per non parlare della prima che, a sua volta, possiamo ben distinguere dalle altre. Ci pare quindi di poter scorgere nella storia dei R.E.M. per lo meno tre momenti, ciascuno è libero di scegliere quello in cui si identifica di più, come anche di individuare passaggi ulteriori. L'ultima produzione dei R.E.M., di cui fa evidentemente parte anche "Collapse into now", probabilmente non è quella cui penserebbe un fan di vecchia data se, in un ipotetico gioco delle associazioni, gli fosse pronunciato a bruciapelo il nome della band. Sicuramente non è quella cui penserei io di primo acchito, pur apprezzandola moltissimo. Forse sta qui il tarlo di uno strano ed imperscrutabile senso di incompletezza quando ci si rapporta all'ultimissima produzione: il picco di intensità e lirismo mi pare di ravvisarlo da qualche parte nelle uscite tra "Document" ed "Automatic for the people", è forse in quel frangente che molti vecchi fan hanno ricevuto una sorta di imprinting ed è lì che, anche se il punto esatto non è per nulla chiaro, ci si identifica. Forse che negli ultimi anni abbia pesato il fatto di essere tre entità che scrivono canzoni divisi rispettivamente (e grosso modo) tra New York, Athens e Seattle? Forse che nel tempo si siano sovrapposti troppi interessi e progetti personali paralleli? Forse che i recenti produttori, collaboratori e tecnici di studio non abbiano saputo contribuire nello sprigionare in pieno il potenziale di più di qualche pezzo? Forse, probabilmente, un po' di tutto questo e poi l'inesorabile stillicidio della maturità, delle esperienze già fatte, delle cose già dette che giustamente non si vuole ripetere, della complicata ricerca di stimoli sempre nuovi. In definitiva: l'ultima produzione è certamente all'altezza della fama dei R.E.M. ma lascia sempre con la sensazione che si tratti di capolavori mancati per un pelo laddove, in altri tempi, si sarebbero serrate le fila e portato a casa con meravigliosa naturalezza l'ennesimo disco da far gridare al miracolo. Come già detto, "Collapse into now" si attesta sul medesimo filone. Proviamo a capire perchè. Da un punto di vista generale il disco si presenta con dodici pezzi che possono essere logicamente separati in due sestine contigue, quasi alla stregua di come ci si sarebbe preoccupati di organizzare la track-list dovendosi barcamenare tra i due lati di un vinile o di una musicassetta. Ad enfatizzare maggiormente questa sorta di simmetria c'è la ripresa del tema di apertura anche alla fine del disco, conferendogli una bella sensazione di ciclicità. Entrambe questi ipotetici due "lati" attaccano con due pezzi ("Discoverer" e "Mine smell like honey") in grado di scuotere l'ascoltatore con il loro muro di suoni, nella prima parte del disco l'esperienza si prolunga fino alla seconda traccia, la maggiormente spigolosa "All the best". Sul versante delle ballate c'è molto da scegliere ed è tutto di eccellente fattura, forse sono i pezzi migliori dell'album. Nella prima parte individuiamo "ÜBerlin" e "Oh my heart", nella seconda "Walk it back" e "Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I", con atmosfere ancora più rarefatte e sognanti. In questo quartetto risaltano "ÜBerlin" per la freschezza e l'originalità della composizione e "Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I" che rielabora certe sonorità downtempo dei Talk Talk di metà carriera, tanto che quasi viene da rammaricarsi di non poterne ascoltare una loro cover, sicuramente altrettanto memorabile. Per dirla tutta, la prima parte di "Collapse into now" si completa con altre due ballad che però ho preferto distinguere dalle altre in quanto sono probabilmente i pezzi che convincono di meno: "It happened today" inciampa nel difetto che i R.E.M. hanno sempre cercato di evitare, ovvero essere autoreferenziali e perdipiù limitatamente alla sola musica in quanto il testo è talmente minimale ed ossessivo nel refrain che si fa fatica a capire come possa essere uscito dalla penna di Stipe (neanche il rinforzino tentato con la presenza di Eddie Vedder ai cori riesce a risollevare le sorti del pezzo) mentre "Every day is yours to win" sembra voler rappresentare il punto di sintesi tra "Tongue" e "Be mine" ma il sentore è che non ce la faccia a chiudere il cerchio, ad ogni modo è quantomeno ben posizionata come commiato dalla prima parte della raccolta. Un discorso analogo si può fare per la traccia "Blue" che chiude il disco: si configura come una via di mezzo tra "Country feedback" ed "E-bow the letter" ma, nel terzetto, pare collocarsi inesorabilmente verso la medaglia di bronzo essendo già stato ascoltato il feedback di "Country" su liriche parlate di Michael e controcanti di Patti Smith in "E-bow". Per concluere, mancano all'appello due brani alquanto adrenalinici a nome "That someone is you" ed "Alligator Aviator Autopilot Antimatter": il primo presenta reminiscenze di power-pop alla Lemonheads mentre sicuramente più originale è la battaglia vocale che si innesca tra Michael e Peaches nel secondo; rendiamo merito a Peaches per l'ospitata migliore di questo disco. Anche dal punto di vista del concept non si rimane particolarmente colpiti, nè per la grafica nè per il titolo, con l'aggravante apportata dal fatto che oggi, tristemente, siamo portati ad identificare il profetizzato "collasso" con quello della band da noi più amata.

Donato